Gli antichi romani avevano tre pasti principali: lo jentaculum corrispondente per certi versi alla nostra prima colazione, il prandium cioè il pranzo, e la coena, cioè la cena. 

Il poeta Marziale riferisce che lo jentaculum era composto da pane e formaggio, mentre il pranzo era fatto con pane, carne fredda, verdura, frutta e vino. Colazione e pranzo non rendevano necessario apparecchiare la mensa né lavarsi, alla fine, le mani.
Il pasto principale era la cena, che iniziava dopo il bagno alle terme, cioè intorno alle 16 e durava un paio di ore, in rari casi poteva protrarsi fino a tarda sera. 
Questi pasti dapprima venivano consumati nell’atrio in vista della strada, ma quando la casa in epoca imperiale acquistò una struttura più ampia e articolata, e l’opulenza della classe dirigente lo rendeva possibile, la cena si svolgeva nei triclinia, locali in genere ammobiliati con tre divani su cui si potevano sdraiarsi tre persone; se gli invitati a cena superavano il numero di nove, venivano aggiunti altri stibadia o triclinia. 
Si mangiava sdraiati, appoggiandosi col gomito sinistro mentre il braccio destro era libero di attingere nel piatto di portata, con la mano. 
Quanto alla cucina romana, a noi sembrerebbe in parte di stile orientale, in parte medievale: molto aromatizzata con salse di sapori complessi, che operavano il “mascheramento” degli ingredienti, in modo da sorprendere il palato di chi mangiava. 
Dal ricettario di Apicio, gastronomo di età imperiale, autore del De re coquinaria, traiamo la maggior parte delle nostre conoscenze sulla cucina dei romani. 
L’ingrediente irrinunciabile, vera ossessione dei romani era il garum, una specie di salamoia di pesce simile per certi versi alla colatura di alici di Cetara dei giorni nostri: in un recipiente si mettevano alici, sardine e aringhe non eviscerati e a questi si aggiungevano pezzi di sgombri e di ricciole con interiora e teste; infine erbe aromatiche e sale; si lasciava poi stagionare il prodotto per due o tre mesi; per accelerare la fermentazione, si collocava il recipiente prima in un ambiente riscaldato e poi in un luogo più fresco; quando la fermentazione terminava si pressava il tutto e si filtrava facendo cadere in una ciotola il liquido di color scuro ambrato: il garum appunto. Il deposito del filtro si vendeva a poco prezzo a chi non poteva permettersi il garum, che imbottigliato in anforette, veniva etichettato col nome del produttore e la tipologia del prodotto. Vi erano dei garum pregiati costosi che solo i ricchi si potevano permettere. Dal garum si ricavava anche il liquamen, salsa di seconda qualità, altro ingrediente onnipresente sulle tavole romane insieme con il vino cotto. 
Tra le spezie più usate vi era il pepe utilizzato anche per la preparazione di biscotti dolci, il cumino e il ligustico, che cresceva spontaneo nei terreni incolti, dal forte potere diuretico.
I piatti forti erano a base di carne: quella più comunemente usata era il maiale, sia da latte, che adulto; particolarmente apprezzate erano alcune parti delle scrofe: mammelle e vulva, non tanto per il sapore quanto per la possibilità di essere manipolate dal cuoco che poteva presentarli sotto forma di altri alimenti; inoltre essendo organi legati alla sfera genitale, erano considerati dai superstiziosi romani utili contro il malocchio ma anche afrodisiaci; si mangiava anche l’asino selvatico, l’onagro, il ghiro, il fenicottero di cui era ricercatissima la lingua; molto usati anche i volatili tra cui polli e galline, ma anche pavoni, gru, cicogne. Particolarmente apprezzati i pesci ma anche i molluschi, le ostriche, le aragoste, le seppie, i polpi, i ricci di mare, arricchiti con salse di ogni genere. 
I Romani conoscevano diversi tipi di pane: il cibarius scuro e di poco prezzo, il secondarius con farina integrale, l’autopyrus nero con farina non setacciata, il siligeneus, bianco e di grano tenero, il parthicus spugnoso, il furfureus fatto con la crusca. Più raffinati, il pane di Alessandria, cotto con gli spiedi, il piceno, cotto in una pentola di coccio che si rompeva a tavola, l’adipatus condito con il lardo, il bucellatus, biscottato, l’ostearius, per accompagnare le ostriche e i vari frutti di mare.

Serie di affreschi da Ercolano, datati al 62-79 d.C., che mostrano cibo su delle mense: selvaggina, miele, prosciutti, brocche, ecc...